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È periodo di "Buttij"

L'antica tradizione di preparare la conserva di pomodoro

| di Antonietta Pellegrini
| Categoria: Tradizioni | Articolo pubblicato in Spazio Aperto
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Questo periodo, in Abruzzo, non è sinonimo solo di vacanze e mare, ma anche di bottiglie di pomodoro

Proprio con il caldo, infatti, riemerge l'antica tradizione di preparare la conserva di pomodoro per l'inverno, che in dialetto prende il nome di “buttij”. L'usanza ha radici antiche, in primo luogo per il fatto che il pomodoro, dal momento in cui è entrato a far parte della dieta europea, riveste un ruolo fondamentale in cucina e i suoi usi sono molteplici. 

È un ingrediente basilare per molte ricette ancora ai giorni nostri, inoltre, la conserva è il modo per assicurarsi il pomodoro per tutto l'inverno. Le donne si riunivano in un luogo prestabilito, che la maggior parte delle volte era la casa di una di loro, oppure un garage, uno spazio all'aperto, per iniziare ad accendere “lu callare”, mettere la “mandusine” e dare il via a questo rito di passaggio, per suggellare la fine di una stagione e l'arrivo di un'altra. I frutti del proprio lavoro, così, prima impiantati e poi coltivati, venivano trasformati in qualcosa che sarebbe durato tutto l'anno (e in alcuni casi, anche di più).

Molti, oggi, non avendo tempo di coltivare i pomodori, si affidano a un contadino esperto dal quale comprano il prodotto per poi realizzare la conserva. Il pomodoro si lava e si sbollenta alcuni secondi; si eliminano le parti bacate o troppo verdi, viene tolta l'acqua in eccesso. Infine vengono infilati i pezzi nei barattoli, che dopo la chiusura, vengono fatti bollire.

La passata, invece, è destinata a quelle che in dialetto abruzzese sono “li buttij”, dunque il pomodoro viene prima passato, e poi, liquido, trasferito in bottiglia. Questa usanza, che affonda le sue radici nella frugalità, è un momento imprescindibile per alcune famiglie, ancora oggi. Come se fosse una sorta di resistenza all'industria del cibo, una rivendicazione della propria identità di Abruzzesi.

È un momento di condivisione, non solo del lavoro, ma del luogo, del legame e, soprattutto, dell'aiuto reciproco. Una riunione vera e propria che parte dall'alba, fino al tramonto, in cui si chiacchiera e si socializza; si raccontano storie e riaffiorano i ricordi in un'atmosfera che si allontana di gran lunga dalla catena di montaggio capitalistica odierna. Differenziandosi dalla velocità che detta le regole della società in cui viviamo. Sono ambienti non protagonisti di una vita patinata, che preferisce lasciare certe usanze al passato, continuando a vivere nella modernità, consapevoli della propria identità che si integra al resto, ma non diviene conformista.

Antonietta Pellegrini

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