"Perchè dopo soli due giorni di ricovero nostra madre si è ritrovata a vivere quell'incubo infernale? Cosa è successo?" Sono tanti gli interrogativi di M.P., settima di otto fratelli che perdono la madre a seguito di una emorragia avvenuta all'ospedale di Chieti e, pronti ad ottenere giustizia, citano in giudizio civile l'Azienda Sanitaria che li ha condannati al risarcimento di oltre 340 mila euro di spese legali (leggi). "In città la nostra famiglia è molto conosciuta ed è stata proprio la vicinanza degli ortonesi a spingerci ad intraprendere un'azione legale" continua M. P. La signora M.A., infatti, era un'insegnante delle scuole medie, da un anno in pensione dopo 40 anni di servizio. "Abbiamo visto nostra madre soffrire in una maniera che nessuno di noi potrebbe rendere mai a parole", racconta la figlia, "respirava a fatica e con fiato cortissimo, sudava a freddo, era pallidissima". I medici dell'ospedale di Chieti avevano diagnosticato alla donna la sindrome di "Tako-Tsubo" che, a detta loro, si sarebbe risolta nel giro di una settimana senza necessità di intervento. "Nostra madre fu dimessa dopo ben 26 giorni dal suo ricovero provata fisicamente e psicologicamente e, soprattutto, prima di dimetterla non le hanno fatto nemmeno gli ultimi accertamenti. L'abbiamo sentita invocare più volte la morte per sottrarsi a quella sofferenza e gli unici momenti in cui non si lamentava erano quelli nei quali perdeva conoscenza" racconta M.P. che a distanza di un solo mese e mezzo dalla perdita del padre, insieme ai suoi sette fratelli, si è ritrovata orfana anche di madre. "La sentenza del 7 dicembre 2017 non riconosce alla mia famiglia il risarcimento dei danni, anzi, la condanna a pagare le spese legali di terzi chiamati in causa dall'Asl", afferma M.P., "Una sentenza ingiusta, perchè uccide nostra madre per la seconda volta e perchè vede la nostra famiglia vittima prima della malasanità e poi di una pessima giustizia. Quello che chiediamo al giudice nella prossima udienza è di passarsi una mano sulla coscienza. Mi aspetto un minimo di comprensione e di umanità ", conclude. Alla corte di appello de L'Aquila, il prossimo 27 giugno, si terrà l'udienza per discutere sulla richiesta da parte dei legali della famiglia di sospendere l'esecutività della sentenza di primo grado e scongiurare il rischio di pignoramenti mobiliari e immobiliari.

