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Upskilling e reskilling, la sfida dello skill gap si gioca sulla formazione continua

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Non sempre l’innovazione incontra automaticamente la disponibilità di competenze adeguate. 

Questo fenomeno, tecnicamente definito skill gap, costituisce una frattura che rischia di diventare cronica, se non affrontata con strategie mirate. 

Il tema non riguarda solo il mercato del lavoro in senso stretto, ma l’intero ecosistema sociale e produttivo, ogni volta che una tecnologia ridisegna i processi, si crea un divario tra ciò che le persone sanno fare e ciò che serve realmente alle organizzazioni.

Il rischio più probabile, in queste circostanze, diventa quello di rallentare la capacità del Paese nel cogliere le opportunità legate alla digitalizzazione. 

Per colmare questo scarto, la leva più potente rimane quella della formazione

Non a caso, i concetti di upskilling e reskilling entrano stabilmente nel vocabolario delle imprese e delle istituzioni, il primo inteso come potenziamento delle competenze esistenti, il secondo come riqualificazione verso nuovi ruoli. Due facce della stessa medaglia, insomma, accomunate dall’urgenza di costruire percorsi formativi capaci di adattarsi a un contesto in rapido movimento.

Lo skill gap, infatti, non è un’invenzione teorica, ma una realtà che si misura anche nei numeri. Il Digital Economy and Society Index (DESI) evidenzia come in Italia la percentuale di persone con competenze digitali di base sia ancora al di sotto della media europea. Una fragilità che si riflette in maniera diretta sulla competitività delle imprese e che impone un cambio di passo nell’approccio alla formazione.

Oggi, occorre integrare capacità digitali con competenze personali come la gestione dei progetti, il pensiero critico, la comunicazione efficace, in una sapiente combinazione tra hard e soft skill che apre la possibilità concreta di affrontare la trasformazione senza esserne travolti.

Le aziende, dal canto loro, sono chiamate a ripensare i propri piani di sviluppo delle risorse, mentre il settore pubblico deve sostenere l’accesso a percorsi di formazione inclusivi e scalabili. La formazione, in questa prospettiva, diventa una leva di politica industriale oltre che una scelta individuale.

Ecco, allora, che sfida diventa duplice, da un lato garantire che i lavoratori già attivi non vengano esclusi dalla rivoluzione digitale, dall’altro preparare le nuove generazioni con competenze che siano effettivamente spendibili. 

Per questo motivo, i percorsi di upskilling e reskilling devono essere costruiti con attenzione, evitando approcci standardizzati e puntando invece su metodologie flessibili, capaci di adattarsi alle esigenze di chi lavora e di chi studia come i corsi di formazione online di 24ORE Business School.

Oltre all’ampiezza dell’offerta, questi corsi vengono attuati seguendo una metodologia caratterizzata da moduli brevi e mirati, materiali sempre aggiornati, casi pratici e un’impostazione che favorisce l’apprendimento progressivo.

La forza di questa metodologia risiede nella capacità di unire rigore accademico e immediatezza operativa. 

Il partecipante, in questo modo, lavora fin da subito su scenari applicativi, con esercitazioni e simulazioni che riflettono le dinamiche del mercato. Questo approccio rende il percorso estremamente efficace per chi deve aggiornarsi senza fermare la propria attività professionale.

In questo modo diventa anche più facile gestire i tempi di studio in autonomia, senza rinunciare al supporto di docenti qualificati e alla condivisione con una community di professionisti. 

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