La discussione che coinvolge il Decreto dignità va avanti da mesi e ha valicato anche i confini nazionali dove gli addetti al settore gioco si interrogano sulla sua efficacia tutta da verificare, ben consapevoli della sua unicità.
Il DL diventato legge da agosto reca all’articolo 9 il divieto di pubblicità e sponsorizzazione per il gioco d’azzardo, una forma di restrizione così netta che ha reso questa legge la più severa nel suo genere, un unicum mondiale cui tutti guardano con curiosità per conoscere gli effetti che può portare una simile rivoluzione, in particolare su un paese occidentale e con volumi di gioco considerevoli quale l’Italia rappresenta.
Durante la Iagr Conference (conferenza organizzata dalla International Association of Gaming Regulators) si sono toccati vari argomenti ma un panel in particolare ha tenuto banco: il Decreto Dignità italiano.
Nello specifico si è parlato del ban totale a pubblicità e sponsorizzazioni, ritenuto uno dei temi di maggiore interesse in questo momento per l’industria globale del gaming, parole di Trude Felde, Senior advisor della Norwegian Gaming and Foundation Authority e moderatrice del dibattito.
A illustrare la situazione italiana ci ha pensato Valerie Peano, legale di Egla – European Gambling Lawyers & Advisors. Ha cominciato proprio da quello che c’era prima del decreto e che già poneva dei limiti allo strumento della reclame. Nella fattispecie parliamo del decreto Balduzzi del 2012 e della legge di Stabilità del 2016, due norme, a detta della Peano, che il legislatore dell’ultimo DL non ha considerato insieme alle indicazioni della Raccomandazione della Commissione europea del 2014 che segnalava l’istanza che tutti coloro contrari a questo provvedimento ripetono come mantra: togliere la pubblicità rende indistinguibile il gioco legale da quello illegale.
L’avvocato aggiunge che ci sarà, come ovvio, anche un impatto sull’industria di settore riportando l’esempio del rinnovo delle licenze e l’ingresso nel mercato di nuovi operatori che non potranno distinguersi da quelli senza licenza (recheranno sui rispettivi siti i loghi di garanzia, ma entreranno anonimamente sul mercato senza potersi segnalare con la pubblicità).
Possibile che questo fattore conduca anche ad un disincentivo per le aziende rispetto alla possibilità di portare i loro business in Italia?
Non è impossibile, in ogni caso il mercato nostrano non teme flessioni nel breve termine avendo raggiunto livelli di tutto rispetto: 100 miliardi di euro di flusso di gioco, 9,5 miliardi di raccolta per lo Stato, numeri in continuo aumento grazie ad un’offerta sempre più ampia che ora si sta rinforzando sul digitale dove le aziende di gioco stanno importando i grandi classici del casinò analogico per renderli disponibili anche in versione mobile e multidevice.
Eppure le ritrosie degli addetti ai lavori non si placano. Presente alla conferenza danese anche Piet van Baeveghem, manager della Lotteria nazionale belga che ha parlato di provvedimento drastico e probabilmente eccessivo, il suo suggerimento sarebbe diminuire il numero degli operatori sul mercato in modo da far abbassare contestualmente gli altri rilevatori: il flusso di gioco, la pubblicità e il gioco illegale.
Proprio il Belgio sta per legiferare il provvedimento più simile rispetto a quello tricolore, seppur diverso in sostanza. In pratica si tratta di una legge particolarmente incentrata sull’online che vieta ai casinò virtuali di farsi pubblicità su altri canali che non siano i rispettivi siti web; oltre a questa possibilità viene concesso anche il direct marketing ovvero l’invio di offerte e promozioni personalizzate per i singoli clienti. Le scommesse online, invece, non potranno più essere pubblicizzate durante eventi sportivi e programmi per minori e, in ogni caso, gli spot non potranno essere mandati in onda prima delle ore 20.00.
Qualcosa di simile, ma che comunque differisce con il secco provvedimento italico, usato come esempio proprio per far risaltare l’unicità (negativa, così come descritta in conferenza) del DL voluto da Luigi Di Maio. Vengono riportate anche le esperienze di altri paesi che pur hanno applicato un giro di vite sulla pubblicità per il gioco: Giappone, Macao, Singapore e Australia, paesi che hanno vietato alcune specifiche azioni di marketing o particolari segmenti pubblicitari, in ogni caso leggi molto dissimili dalla norma italiana.
A sorpresa chi si ritrova a pensare all’Italia come un case study da osservare attentamente (e non per forza con sguardo severo) è la Gran Bretagna, isola dove il gioco d’azzardo regna con numeri molto più elevati rispetto a quelli riportati prima del mercato italiano. Nonostante i britannici siano un popolo votato al betting recentemente la Gambling Commission ha portato alla ribalta le statistiche sulla diffusione del gioco d’azzardo tra i minori, praticamente un fattore comune che per alcuni si è già trasformato in dipendenza. Di fronte a questo i sudditi di sua maestà si sono indignati e hanno puntato il dito contro quelle società che sviluppano costantemente non solo giochi per l’azzardo online ma anche versioni “free”, senza soldi, con le quali i ragazzi maturano le prime esperienze di un qualcosa che potrebbe portarli sulla strada del disturbo da gioco d’azzardo. Chissà allora che prima o poi, se dovesse resistere alla prova dell’efficacia, l’articolo 9 del Decreto Dignità non diventi una legge famosa per essere stata la prima di altre simili in Europa e nel mondo.